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Report di ZetaLab della Manifestazone a Lampedusa
10 Settembre 2006 per la Rivista Contest.

--Lampedusa terraferma. 20,2 km quadrati di terraferma. 20,2 km quadrati di suolo italiano, il primo suolo italiano che incontra chi scommette la propria vita su un gommone partendo dalle coste africane. Il suolo italiano: paradiso, salvezza, soccorso, acqua, cibo, diritti e democrazia. Vita. E invece no. Per tutti quelli che, partiti dall’inferno, e dopo aver attraversato il secondo inferno, mettono piede (o mano, o ventre, o viso) su quei 20,2 Km quadrati di suolo italiano, comincia il terzo inferno: dal porto vengono direttamente trasferiti al Centro di Permanenza Temporanea dell’isola, vero e proprio carcere, pensato, costruito e gestito allo scopo di trattenere come detenuti persone che non hanno commesso alcun reato. Prigionieri senza nome per i quali è quindi impossibile intervenire. Ammassati in spazi mortali, privati di qualsiasi diritto, sottoposti a umiliazioni fisiche ed emotive, all’interno dei nuovi campi di concentramento. Ovviamente senza possibilità di fuga. In 20,2 Km quadrati di suolo italiano, circondati dal mare, non esiste modo di sottrarsi all’inferno. In seguito alle denunce degli abusi e delle violazioni di diritti umani perpetrate all’interno, nell’ottobre 2005 il centro di Lampedusa è stato trasformato da Centro di Permanenza Temporanea a Centro di Assistenza e Primo Soccorso. Senza che sia cambiato NIENTE.
Nonostante questi abusi e queste violenze si svolgano all’interno di tutti i CPT d’Italia, Lampedusa ne è il simbolo più evidente, la cui brutalità è finalmente giunta all’opinione pubblica.
Nella sua duplice funzione di primo approdo per gli stranieri e di ultima frontiera della fortezza per gli europei, Lampedusa è il triste emblema della politica di morte e repressione che il governo italiano attua nei confronti dei migranti. Ecco perchè, nonostante le non indifferenti difficoltà logistiche, era giunto il momento di andare a far sentire la voce degli antirazzisti sul posto e dal posto.

Dopo un’estate di discussioni, confronti, incontri e scontri, contrattazioni con le compagnie marittime, sopralluoghi sul posto, ai primi di settembre avevamo la sensazione che tutto fosse ancora troppo incerto e soprattutto da chi era già a Lampedusa a "sondare" il terreno giungevano voci preoccupanti: terrore sparso fra gli abitanti, i commercianti proponevano serrate per timore che l’orda dei no-global arrivasse con l’unico intento di distruggere vetrine e mettere sottosopra l’isola, i leghisti minacciavano di fare di tutto per bloccare il nostro sbarco. Questo clima di tensione era fortemente alimentato dal primo cittadino dell’isola, Bruno Siragusa (Forza Italia) e da alcuni esponenti leghisti venuti appositamente a fomentare la popolazione. Il TG locale mandava in onda le immagini dei Black-Bloc che a Genova spaccavano tutto e la voce del commentatore parlava di morte, terrore e distruzione che sarebbero sbarcati insieme ai manifestanti.
Nonostante ciò e nonostante la Protezione Civile, per ordine diretto del Ministero dell’Interno, non avesse provveduto a mettere a disposizione dei manifestanti una tendopoli per la notte dopo il corteo, la notte fra il 9 e il 10 settembre circa 400 persone si imbarcano a Porto Empedocle, diretti all’Isola. Mare calmo, si smorza la tensione, si sta insieme. Guardiamo un po’ il mare di notte dal ponte. C’è vento, tanto vento, anche se il mare è calmo. Guardiamo il mare di notte dal ponte di una nave grande, sicura, accogliente, dotata di elettricità e servizi e non possiamo non pensare a quanto il nostro viaggio per raggiungere Lampedusa sia differente da tutti i viaggi che sono costretti ad affrontare i migranti per raggiungere la stessa meta.
Il giorno dopo, intorno alle otto, la vediamo, Lampedusa terraferma, e dopo circa un’ora siamo lì, al porto, ma ancora sulla nave: le operazioni di attracco si concludono solo intorno alle dieci.
Da lassù, striscione aperto a salutare l’isola ("CHIUDERE I CPT SUBITO", nessuna sigla), guardiamo quelli che ci aspettavano al porto: molti amici (qualcuno dei manifestanti era lì da qualche giorno), qualche indigeno curioso, forse un paio di provocatori, ma nessuno che sembrasse veramente nemico. Molta eccitazione, ancora un po’ di tensione. Al coro "SIAMO TUTTI CLANDESTINI" qualcuno di noi rimprovera "Dai, ragazzi, non ci rendiamo subito ostili...". D’accordo che avevamo stabilito di essere molto attenti a non turbare la sensibilità dei lampedusani, di essere comunicativi e di sfatare il mito dell’orda distruttrice, ma questa osservazione era forse esagerata...Come qualcuno subito dopo ha fatto notare, stavamo pur sempre andando a manifestare.

Dal porto dobbiamo raggiungere la piazza, per la strada la gente del posto ci scruta con attenzione, noi sorridiamo a destra e a sinistra, scambiamo qualche parola con i negozianti e con le parsone per strada, qualche passante chiede "Ma dove sono i no-global?". Insomma la popolazione ci ha accolto meglio di ogni nostra aspettativa.
Giunti in piazza si apre l’assemblea pubblica. Intervengono gli esponenti delle realtà promotrici e aderenti alla manifestazione: dal Laboratorio Zeta e la Rete Antirazzista Siciliana fino alla CGIL e Rifondazione Comunista, passando per Emergency, Laici Comboniani, ARCI, Network Antagonista, Attac e Rita Borsellino. Le denunce e le richieste sono unanimi: chiudere tutti i centri di permanenza temporanea a partire da quello di Lampedusa; abrogare la Bossi-Fini senza tornare alla Turco-Napolitano; politiche di reale accoglienza verso i migranti; una legge per i rifugiati politici; convertire i finanziamenti dei CPT e delle politiche repressive in finanziamenti per lo sviluppo e la crescita dell’economia italiana e di Lampedusa in particolare. Si è detto inoltre del racket del lavoro nero di cui i migranti irregolari sono vittima e dell’impossibilità di raggiungere legalmente il nostro paese.
Durante l’assemblea raggiunge la piazza Angela Maraventano, locale esponente leghista, improvvisando un controcomizio, ma con scarso successo.

Molti lampedusani che alla mattina erano presenti in piazza raccolgono l’invito e partecipano al corteo pomeridiano che si svolge dal porto al CPT. Una volta raggiunto il centro appendiamo ai cancelli uno striscione con un’enorme mano disegnata e la scritta "sotto sequestro" e leggiamo al megafono un documento di denuncia contro la confraternita della misericordia che gestisce questo ed altri lager in Italia, colpevole di consumare un vero e proprio buisness sulla pelle dei migranti (lo stato paga ogni giorno per ogni detenuto 43 euro dei quali solo 4 o 5 vengono realmente impiegati); colpevole di violare sistematicamente i più elementari diritti umani; colpevole di essere stata complice, dall’ottobre 2004, di deportazioni verso la Libia di centinaia di migranti provenienti da diversi paesi e della loro morte nel deserto. Colpevole inoltre, nonostante sulla carta il centro sia oggi di soccorso e prima accoglienza, di continuare a tenere illegalmente centinaia di esseri umani SOTTO SEQUESTRO. Per questo motivo abbiamo messo noi, simbolicamente, SOTTO SEQUESTRO la struttura.
Dopo la lettura del volantino e qualche altro minuto di permanenza ai cancelli, il corteo torna indietro verso la piazza dove è previsto un concerto serale con artisti di Lampedusa e della provincia di Palermo. Mentre aspettiamo l’inizio del concerto qualcuno viene informato che è in atto uno sbarco, ma non riusciamo a sapere in quale punto dell’isola, né quanto potremmo riuscire ad avvicinarci, né se mentre ne parliamo i migranti non siano già stati trasferiti al CPT. Non essere riusciti a intervenire, a farci vedere, a lanciare un segnale in questa circostanza costituisce l’unica nota dolente di una giornata di lotta che riteniamo essere stata molto significativa per diversi motivi: ovviamente per il luogo in cui si è svolta, ma anche per aver visto la partecipazione di ampi strati della società civile e di popolazione locale oltre a quella dei "militanti"( i numeri vanno, ovviamente, contestualizzati: 1000 persone che raggiungono Lampedusa da più parti d’Italia valgono come 100.000 che raggiungono Roma); i mezzi d’informazione hanno dato spazio alle nostre ragioni e il ministro Amato ha dovuto prendersi la briga di rispondere che i CPT sono necessari e non sono minimamente messi in discussione. Ma la discussione sui CPT , secondo noi, rimane aperta, eccome. Lampedusa non è che una tappa di un percorso sempre più frequentato la cui meta è la libertà di circolazione, la dignità degli esseri umani, la possibilità di scegliere dove e come vivere.

Diana Campagna - ZeatLab--

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