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10 MARZO 2007 - ore 10.00

Piazza MARINA



MANIFESTAZIONE NAZIONALE A PALERMO



Per capirne di piu' abbiamo intervistato Ernesto Sarafia della Rete per la difesa dei Beni Comuni.





Ernesto Selafia da tempo lotta contro la privatizzazione dell’acqua. Prima membro del Comitato Acqua in Comune, attualmente continua la sua battaglia con la Rete per la difesa dei Beni Comuni.
Il Laboratorio Zeta, in vista della manifestazione nazionale che si svolgerà il 10 marzo a Palermo, giornata di lotta per l’acqua, ha chiesto ad Ernesto di spiegarci la situazione attuale in Sicilia e quale esperienza dei movimenti di lotta contro la privatizzazione dei beni comuni in questi anni





Zeta: Come nasce la tua esperienza di lotta con il Comitato Acqua in Comune?

Ernesto:
A dire il vero nel corso delle battaglie che si sono succedute il Comitato Acqua in Comune si è trasformato in qualcosa di diverso. Siamo partiti da un gruppo di persone abbastanza sensibili al problema dell'acqua e dei fenomeni di privatizzazione che si stanno verificando un pò in tutto il mondo. Il comitato è sorto intorno al febbraio 2006, quando si ebbe il sentore che il 28 febbraio 2006 scadeva la data di presentazione delle offerte per l'ATO idrico di Palermo. Questo comitato, che si è dato il nome di Acqua in Comune ha iniziato un percorso di sensibilizzazione e informazione sui problemi dell'acqua a Palermo, un processo che ha avvicinato tanta gente alla questione, gente inconsapevole di quello che stava passando sulle loro teste, cioè la privatizzazione di un bene primario che è assolutamente indispensabile per la vita.
Il comitato si è impegnato in una serie di battaglie, organizzato incontri con partiti ed istituzioni, è stato parte attiva nella campagna elettorale per le regionali della Borsellino facendo parte dei cantieri. Ma dopo, forse anche per la delusione elettore e per la grossa debug che si è verificata in quelle elezioni in cui tutti i partiti, a mio parere, non hanno appoggiato a dovere la Borsellino, ci si è un po' dispersi. A settembre abbiamo provato a riprendere le attività. Abbiamo avuto una serie di contatti con altri gruppi che nel frattempo stavano conducendo, a loro volta, delle lotte molto importanti quale quella contro la costruzione degli inceneritori in Sicilia, in particolare per quanto ci riguarda quello di Bellolampo. Grazie anche alla sollecitazione di padre Zanotelli abbiamo costituito una nuova aggregazione: la Rete per la difesa dei Beni Comuni. Oggi stiamo lavorando più che bene. Contemporaneamente a questa nuova aggregazione è venuto fuori il discorso del Comitato Nazionale, con a capo il Comitato per il Contratto Mondiale per l’Acqua quale elemento coordinatore e di grosso traino, che ha presentato, a completamento dei Forum Nazionali che sono stati fatti nel corso degli ultimi anni, a partire da quello di Firenze 2003 fino ad arrivare a quelli organizzativi del 2006, la Legge di Iniziativa Popolare dell’Acqua per il riordino del servizio idrico integrato in Italia e per la ripubblicizzazione del servizio idrico stesso. L’impegnarci nella raccolta di firme per sostenere la proposta di legge popolare ci ha fatto vedere come il parlare con la gente che conosce molto poco della questione rappresenti un ottimo strumento di diffusione e di sensibilizzazione che aumenta la partecipazione e l’interesse. Per questo abbiamo deciso, come comitato organizzatore della Rete per la difesa dei Beni Comuni di fare dei seminari conoscitivi, informativi, di discussione, di dibattito sui due argomenti principali che hanno fatto si che nascesse questa nuova aggregazione: l'acqua e le problematiche legate alla privatizzazione della gestione del servizio idrico integrato e la costruzione degli inceneritori e quindi di rifiuti anche legati agli ATO, gli ambiti territoriali ottimali, che sostanzialmente non rispettano le leggi alle quali si riferiscono e che stanno creando, come grosso primo fenomeno, l'aumento delle tariffe. L’aumento delle tariffe è proprio ciò che si verifica come prima istanza, ed è legato materialmente all'affidamento del servizio.



Zeta: Spiegaci meglio cosa sono gli ATO e qual è la legge attualmente in vigore che regola il servizio idrico

Ernesto:
La legge attualmente in vigore è la legge Galli, la quale prevede un riordino del sistema nazionale con la creazione di Ambiti Territoriali Ottimali, gli ATO appunto. La legge Galli è stata emanata dalle camere nel 1994, nel ‘99 è stata recepita in Sicilia. Nel corso degli anni ci sono stati dei decreti di modifica, uno dei più rilevati e il 156 del 2006, il decreto Matteoli, legge delega sul riordino ambientale. Fortunatamente il centro destra ha perso le elezioni e i decreti attuativi non sono stati emanati, mentre quelli già emanati sono stati ritirati dall'attuale ministro per l'ambiente Pecoraro Scanio. Quindi continua a sussistere la legge Galli, che, do un giudizio tecnico, non è un cattiva legge, con piccole modifiche potrebbe essere una buona legge. A mio parere dovremmo cercare di riordinare tutto il sistema, riordinare tutto il meccanismo che ha a che fare con l'agricoltura e l'industria, altrimenti difficilmente potremmo ottenere il riuso del potabile. Non ha senso che una legge che riguarda il riordino del servizio idrico integrato, che quindi ha a che fare con la captazione, la produzione, la distribuzione, la raccolta delle acque nere, la depurazione ed il riuso non tenga conto di quello che succede nel campo industriale dove non è detto che si debbano utilizzare acque di buona qualità, ma possono anche essere utilizzate acque di riciclo e non è sensato trascurare l'irriguo. Noi pensiamo che quando si parla di acqua non possiamo limitarci all'acqua potabile, ma parliamo di acqua dolce in generale, perchè questo è il grande affare del ventunesimo secolo. In parte la legge di iniziativa popolare questo lo mette in conto ma personalmente, visto che io sono un tecnico, uno che si occupa materialmente di problemi di gestione, sostengo che la risorsa per poter fronteggiare gli usi potabili, quelli civili dell’acqua, che rappresentano una minima parte rispetto alle acque dolci che vengono consumate, debba passare per una riorganizzazione del sistema. Mi spiego meglio: tutta l'acqua dolce esistente sul pianeta si utilizza per tre scopi principali, l’irrigazione, quindi usi agricoli, per usi industriali e per usi civili. Per usi civili e quindi acqua potabile si consuma circa il 10 per cento delle acque dolci, circa il 25-30 per cento è l'acqua che si usa per scopi industriali e il 60-65 per cento è l'acqua che si usa per usi irrigui in agricoltura. Una legge dovrebbe preoccuparsi anche delle acque per l’industria che non debbono essere per forza acque potabili. Inoltre non è logico che a fronte di 9 ATO che vengono realizzati in Sicilia, e nei quali l'acqua viene conservata, messa in vario modo, anche con gli invasi artificiali che servono molto spesso sia per usi irrigui sia per usi civili, poi contemporaneamente ci siano 11 consorzi di bonifica che non funzionano perchè di fatto sono tutti commissariati quindi fanno capo tutti ad un unica autorità regionale, che fino al dicembre dello scorso anno era il commissario regionale impersonato nella figura dell'attuale governatore della Sicilia, l’onorevole Cuffaro. I commissari di fatto sono nominati sempre e solo esclusivamente da Cuffaro. È qualcosa che sta fuori da ogni logica tecnica che fa solo parte di un discorso di spartizione politica e di potere.


Zeta: Qual è la situazione attuale del percorso di privatizzazione dell'acqua in Sicilia e nella provincia di Palermo

Ernesto:
In Sicilia ci sono già due ambiti che sono stati affidati che sono quelli di Enna e di Caltanissetta. Sono stati affidati a delle associazioni temporanee di impresa che vengono fuori dalla Sicilia. Poi ce ne sono altri due che potrebbero essere affidati, ma ancora a seguito di vari ricorsi presentati, di fatto non lo sono, sono Catania e Siracusa. A Ragusa buona parte dei sindaci sono tornati indietro rispetto alla loro posizione iniziale di creare una società mista, pubblica e privata, a vantaggio di una società interamente pubblica, sono in una fase d'impasse, ci stanno pensando. Ad Agrigento la situazione è un pò più complessa, nel senso che i sindaci hanno votato per una gestione interamente pubblica, però il presidente della regione e il direttore generale dell'agenzia delle acque e dei rifiuti, che nel frattempo ha sostituito il commissario straordinario in Sicilia, hanno di fatto nominato un commissario esautorando il voto dei sindaci e andando quindi all’allestimento della gara pubblica così come era stato precedentemente deciso dalla stessa assemblea dei sindaci. Anche qui i sindaci hanno cambiato parere rispetto alla decisione assunta qualche anno prima ma anche questo non è bastato perché sono stati commissariati. A Messina la situazione invece è un pò più chiara per alcuni aspetti, perchè c'è una sentenza del TAR che ha bloccato tutto dando ragione ai sindaci che si erano opposti alla decisione di mettere a gara il servizio e quindi sono in fase di ragionamento se fare una società mista o se fare una società interamente pubblica. Palermo e Trapani sono invece i casi più eclatanti dove si verificano le cose più folli. Partiamo da Trapani. A Trapani la gara è stata chiusa con la presentazione di una sola offerta. A capo fila di questa associazione temporanea d'imprese c'è l’impresa Di Vincenzo, arrestato per problemi di mafia. Attualmente questa impresa è affidata ad un commissario giudiziario che deve curare gli interessi della società e quindi i sindaci della provincia di Trapani si sentono addirittura più protetti, non gli basta che il titolare dell’’impresa sia stato arrestato per problemi di mafia, si sentono più protetti perché c’è un commissario giudiziario! E’ un aspetto allucinante del problema. Chi ha a che fare con la mafia non dovrebbe assolutamente avere la possibilità di accedere a qualsiasi forma di appalto più o meno pubblico, non ha importanza.
A Palermo invece i sindaci hanno votato, hanno votato in varie fasi la scelta di un gestore privato, però poi per tutta una serie di motivazioni, gare che sono andate deserte, trattative indette che a loro volta sono andate anche loro deserte, il Commissario Straordinario Regionale dell’Emergenza Idrica ha commissariato l’assemblea dei sindaci della provincia di Palermo nominando come commissario il professore Mazzola. Il professore Mazzola dopo una serie di passaggi di carte di revisione del piano d’ambito, del piano delle convenzioni ha messo a gara la gestione del servizio idrico integrato. Il professore Mazzola riveste un ruolo assai significativo, secondo me, nel discorso della poca trasparenza. Non dal punto di vista legale, ma sicuramente dal punto di visto etico e morale, per l’importanza delle ripercussioni di un servizio a gestione trentennale e che ha una refluenza notevolissima nei confronti della popolazione che deve subire questo tipo di scelta. Mi riferisco al fatto che il professore Mazzola è stato presidente della Sogesit, la società che aveva realizzato il piano d’ambito di Palermo, poi faceva parte del consiglio di amministrazione di una grossa azienda, poi è stato commissario ad acta, però la cosa strana partecipa e presenta offerta, tra le società temporanee d’impresa, una società in cui il presidente Mazzola è stato consigliere di amministrazione. Non è il massimo della trasparenza. Il tutto ha una conclusione dal punto di vista dell’iter esplicativo delle varie situazioni il 28 febbraio, ma il 28 febbraio stesso inizia il problema. Esaminiamo l’offerta guardiamo come stanno le cose e aspettiamo questo benedetto privato. Ma viene abbastanza semplice chiedersi dov’è la concorrenza se a presentare l’offerta è stata una sola ditta? Dove sono le condizioni che fanno si che si possa migliorare il servizio. E’ qualcosa che verrà nei prossimi anni, mentre è certo, ed è l’unica cosa che prevede il piano d’ambito, che appena si insedierà la nuova società al primo anno il costo dell’acqua passerà da quello che attualmente ogni singolo paese fa pagare ai propri utenti, passerà per tutti i cittadini della provincia di Palermo, per qualsiasi comune della provincia di Palermo ad 1,30 centesimi al metro cubo. Salirà da 1,39 nell’arco di tre anni e ad 1 euro 47 nell’arco di sette anni. Questa è l’unica cosa di cui siamo certi, l’aumento delle tariffe. Poi se ci sarà un miglioramento della qualità dell’acqua distribuita o un miglioramento del servizio è tutto da vedere, e purtroppo quando avremo la possibilità di verificarlo però avremo questa società che per trent’anni gestirà tutto il meccanismo e quindi la possibilità di ritornare indietro sarà una possibilità molto complessa da mettere in atto. Per chiudere la panoramica, anche in provincia di Palermo alcuni sindaci hanno preso atto della gravità della situazione, anche grazie al nostro apporto e al nostro pressare, ma nel frattempo viene nominata la commissione e al capo della commissione, che deve esaminare l’unica offerta pervenuta, viene messo l’ex magistrato Pier Luigi Vigna, che è stato anche procuratore antimafia. Ciò dovrebbe garantire il massimo della legalità. Ma anche qui per una serie strana di motivi la commissione si insedia il 2 di agosto del 2006 e il 30 agosto emette il suo verdetto. Sono stati molto bravi. Mentre noi eravamo a mare a farci i bagni loro sono riusciti ad esaminare qualcosa come 14 scatoloni di carte, a stabilire che dai documenti esaminati emergeva quale miglior soluzione per la situazione l’affidamento della gestione del servizio idrico a questa associazione temporanea d’imprese; quindi, nel mese di agosto, probabilmente lavorando anche il 15 di agosto, sono riusciti a dare il loro parere positivo. Questa fretta è dovuta al fatto che il governo Prodi il 30 giugno aveva tirato fuori la legge delega 772 sul riordino dei servizi pubblici locali, la quale stabilisce che per quanto riguarda l’acqua, sia la proprietà dell’acqua che delle infrastrutture necessarie ad erogarla sia la gestione del servizio idrico dovevano essere necessariamente pubbliche. Si comprende facilmente che quando esce una legge delega chi si trova in una situazione di poca trasparenza cerca di accelerare tutti i processi per arrivare al dunque, metter dei punti fissi che poi diventa molto complicato e molto oneroso scardinare. Di fatto vi è l’approvazione, ma il contratto per la gestione non viene ancora firmato. Tutto si ferma, varie assemblee dei sindaci vanno sempre a vuoto, nel frattempo alcuni sindaci che inizialmente erano per la privatizzazione cambiano parere, anche se nella titolarità delle azioni di fatto sono piccoli paesi quindi hanno poco peso, ma si inizia ad avere un numero di sindaci sostanzioso.


Zeta: Quali sono le lotte le azioni del comitato e adesso della Rete contro la privatizzazione dell’acqua?

Ernesto:
il percorso è stato in alcuni momenti più semplice in altri molto complicato. Il comitato civico contro la privatizzazione “acqua in comune” è partito con una grande numero di partecipazioni, nelle prime riunioni eravamo circa 200 persone, poi con il tempo la frequenza si è diradata. non tutta la gente ha ben in mente cosa vuol dire portare avanti una lotta, per una questione di formazione, di abitudine, di presa di coscienza. Noi che avevamo più forza, più informazioni e consapevolezza, forse non siamo riusciti a spiegare bene la gravità della situazione. Nel corso di quattro cinque mesi di fatto il comitato era formato da una decina di persone, tutte quelle tra l’altro che da anni lavorano negli ambiti dell’acqua e dei beni comuni che probabilmente rispetto agli altri hanno una maggiore coscienza del problema. Poi è anche importante, per intraprendere un percorso di opposizione, avere dei presupposti etici comuni.
Il movimento siciliano ha cercato di fare qualcosa aiutato anche dalla crescita del movimento in Italia: noi abbiamo incontrato la commissione dell’ANCI (associazione nazionale dei comuni d’Italia) della provincia di Palermo, le abbiamo esposto le nostre problematiche quando tutti erano per la privatizzazione dell’acqua, mi riferisco al sindaco di Altofonte, al sindaco di Villafrati e ad altri sindaci che erano tutti convintissimi di andare verso la privatizzazione della gestione del servizio credendo in questa maniera di risolvere tutti i loro problemi. Abbiamo esposto le nostre tesi, abbiamo messo sul tavolo le problematiche: io personalmente credo che alcuni di loro siano tornati indietro nelle loro scelte anche grazie a questo lavoro. Poi abbiamo cercato di coinvolgere le forze politiche locali che nel frattempo avevano subito delle trasformazioni a seguito delle elezioni che ci sono state, abbiamo avuto la possibilità di parlare con Leoluca Orlando, di rendere partecipe del problema Daniela Dioguardi di rifondazione comunista, di portare questa necessità che si stava estrinsecando a Palermo e nel resto della Sicilia, con le associazioni di Licata, a Menfi un altro comitato, la Rete Lilliput a Messina, e c’erano già delle realtà che si muovevano nelle altre città. Abbiamo cercato la possibilità di avere come interlocutrice Rita Borsellino quando è stata nominata coordinatrice dei gruppi dell’Unione alla regione; ci aveva fatto sperare in una apertura, nella possibilità di riuscire ad incidere anche politicamente in un’atmosfera dove tutto è assuefatto a chi comanda, al “vogliamoci tutti bene”, “una fetta di torta tocca a tutti”. Speravamo di riuscire a scardinare questo meccanismo, devo dire che onestamente i risultati sono stati veramente molto deludenti. Alla fine per non disperdere le forze abbiamo deciso di costruire questa rete per la difesa dei beni comuni che offre la possibilità di un mutuo aiuto e di scambio di conoscenze tra noi e gli amici che si battono già da tempo contro la costruzione degli inceneritori. Sarebbe bello se questo discorso coinvolgesse un numero sempre crescente di realtà, come il Laboratorio Zeta, l’Ex-Carcere e tutte le associazioni e movimenti che ruotano intorno a problematiche di tipo sociale. In questi ultimi tempi ci siamo impegnati molto nella raccolta delle firme per la proposta di Legge d'iniziativa popolare. La raccolta delle firme è un fatto molto importante. Per presentare la legge bastano 50mila firma, ma 50mila, 100mila, 200mila firme comunque non farebbero un risultato, perché sarà una legge che nessuno discuterà mai in parlamento, perché nel frattempo faranno altre leggi, modificheranno altre cose e così via. Ma se noi riusciremo a portare a Roma 2 milioni o tre milioni di firme è qualcosa che non potranno non tenere in considerazione o liquidare in due battute. Dobbiamo intensificare i nostri sforzi per la raccolta delle firme, perché questo ci darà più voce, e ci permetterà di spiegare meglio quali sono le cose che chiediamo. Personalmente non mi piace più questa democrazia rappresentativa, dove gli eletti fanno tutto e decidono perché in un determinato giorno io ho votato permettendo loro di decidere di fatto per le mie sorti. Noi vogliamo una maggiore partecipazione dei cittadini, le consulte dei cittadini, i consigli per l’acqua, i lavoratori che devono aver la possibilità di decidere. I lavoratori dell’AMAP, hanno la salvaguardia secondo gli accordi fino al 2021, ma al 2021 di fatto un capitale pubblico vedrà la sua fine.

Zeta: come si iscrivono le lotte della rete dei beni comuni con il resto dei movimenti che operano sul territorio per la tutela e rivendicazione dei diritti?

Ernesto:
credo che dobbiamo uscire fuori da un impasse generale, magari raggiungendo gli stessi obbiettivi seguendo anche strade diverse. Se abbiamo obbiettivi che condividiamo, ben venga che ciascuno li porti avanti in un modo piuttosto che in un altro, purchè servano al bene comune.

Zeta: il 10 marzo a palermo ci sarà la manifestazione nazionale contro la privatizzazione dell’acqua, un fatto molto importante e che non a caso si è deciso di farla in Sicilia

Ernesto:
la manifestazione si terrà a Paleremo perché la Sicilia, con i casi di Palermo, Trapani Agrigento, sta rappresentando quello che non dovrebbe essere fatto, le situazioni più critiche, quelle che sono sull’orlo del baratro. E' importante riprenderle per non farle precipitare. Nel momento in cui si affida il servizio o ce lo sorbiamo per trent’anni o dobbiamo pagare tanti milioni di euro per potercene uscire fuori. Palermo rappresenta in questo momento il fatto più eclatante perché nonostante, come dicevamo prima, la commissione si è pronunciata il 30 agosto, di fatto il contratto non è firmato. Una grande manifestazione di piazza, checchè ne dica il presidente Napoletano, potrebbe rappresentare una spinta molto forte affinchè si trovi un accordo rispetto alla moratoria contro la privatizzazione dell'acqua, che il ministro Pecoraro Scanio e il ministro Ferrero vorrebbero attuare. Tale moratoria bloccherebbe gli affidamenti: siccome l’affidamento a Palermo non è stato formalizzato, verrebbe bloccato. A quel punto sarebbe finalmente possibile andare verso un’altra prospettiva e cercare soluzioni più ragionevoli. La cosa più logica è che si faccia una società per azioni non vendibili a privati, costituita da tutti gli 82 comuni della provincia di Palermo e a questa società sia affidata la gestione del servizio idrico integrato. La manifestazione rappresenterà anche uno strumento per dare forza a chi sostiene le nostre idee, a Rifondazione Comunista, ai Verdi che si sono schierati a favore di questa battaglia. Speriamo di riuscire a tirarci dentro quanta più gente possibile dai DS e della Margherita perché questo farebbe sì che si arrivasse alla soluzione della moratoria. Che ben venga la Cgil, Italia dei valori, la Margherita, ben venga chiunque, l'’importante è che si sia in tanti il 10 a piazza Marina e che si sia in tantissimi al Massimo: questo darà il segnale di ciò che sta accadendo e di come la gente reagisce.



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