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Enrica Rigo, Europa di confine
Trasformazioni della cittadinanza nell'Unione allargata

Meltemi, 2007

“Enrica Rigo ha scritto un libro che dovrebbe segnare una svolta nella storia intellettuale del dibattito sulla costruzione europea”. Basterebbe riportare questa frase, con cui Etienne Balibar apre la prefazione al libro di Enrica Rigo Europa di confine (Meltemi, 2007), per dare conto dell'importanza di questo testo. Ed effettivamente ci troviamo davanti ad un lavoro molto articolato, in grado di offrire nuove chiavi per indagare lo stretto intreccio che cittadinanza, confini e migrazioni, tessono nel processo costituente dell'Unione europea.

Il grosso merito di Enrica Rigo è di partire dai dibatti esistenti e, al tempo stesso, eccederne i limiti scegliendo di non confinare la ricerca all'interno di un singolo ambito scientifico. Il dibattito giuridico, quello filosofico, come quelli antropologici, sociologici e politici, vengono presi di petto, affrontati e stravolti in un lavoro che si svolge, esso stesso, al “confine” tra le varie discipline.
Il rigore analitico con cui viene condotto lo studio non deve fare pensare ad un lavoro astratto o ad un mero esercizio intellettuale, tra le righe di Europa di confine si intravedono, infatti, le vite di uomini e donne che dell'esperienza migratoria sono protagonisti, i processi materiali che costituiscono i nuovi scenari, l'aspetto bio-politico delle norme e dei trattati internazionali.
La vera novità del testo di Enrica Rigo consiste nel proporre una lettura postcoloniale operando, così, un radicale mutamento del punto di osservazione, rispetto alla tradizione degli studi sull'Unione europea. E' proprio questa scelta che permette di volgere lo sguardo su quegli elementi che vengono generalmente considerati esterni, ma che qui rivelano il loro aspetto paradigmatico: per parlare di cittadinanza non si può prescindere da ciò che da questo discorso viene escluso (ma come vedremo, appunto per questo incluso), cioè le migrazioni. Al tempo stesso, è al “confine” che bisogna indagare per cogliere il mutare di concetti come "territorio" e "sovranità" nel nuovo assetto continentale.

Scegliere un approccio post-coloniale vuol dire, innanzitutto, andare oltre la consueta lettura che vede lo spazio europeo come uno spazio post-nazionale. Anzi, proprio il presupposto che il rapporto tra Unione europea e stati membri è altamente complesso, sicuramente non riducibile né ad una mera sommatoria né ad una semplice de-statualizzazione, obbliga a guardare all'esterno. Impone, cioè, di vedere come “la dimensione materiale della cittadinanza europea sia caratterizzata da un'articolazione della spazialità politica che non ha come comunità giuridica di riferimento solo quella composta da coloro che sono formalmente cittadini, ma anche, e soprattutto, coloro che rimangono apparentemente esclusi, o sono parzialmente inclusi, nel rapporto di cittadinanza”(pag. 80).
E’ questa la tesi principale del libro: i confini politici dell'Europa si estendono ben oltre il loro spazio geografico e le legislazioni sulla cittadinanza agiscono, anche e soprattutto, su chi da questa cittadinanza è escluso.
Tutti i dibattiti sulla cittadinanza partono, infatti, sempre dall'appartenenza alla comunità. Riguardano, cioè, sempre l'interno mai l'esterno e si interrogano al massimo sulle modalità di allargamento dei diritti di cittadinanza a coloro che sono già presenti sul territorio, senza mai interrogarsi sulle modalità di ingresso nel territorio stesso. E' proprio in quanto esclusi dal discorso della cittadinanza, però, che i migranti ne diventano i principali destinatari.
La cittadinanza viene qui intesa allora come “una semantica del controllo della mobilità sul territorio”, presupposto che permette di osservare come i dispositivi di controllo delle migrazioni si estendono sia su chi non ha ancora attraversato i confini, sia su chi è già all’interno. Enrica Rigo rileva come le migrazioni non si pongono in uno spazio esterno a quello della cittadinanza, ma ne rappresentano piuttosto il paradosso interno: lo spazio delle migrazioni attraversa quello della cittadinanza e il “confine” diventa il luogo fondamentale di osservazione.

L'Europa, come spazio di “circolazione” deterritorializzato, non ha come propri destinatari una comunità politica sedentaria. Ciò non vuol dire che ha una sovranità illimitata, ma che i suoi confini non sono stabili e definiti come quelli statuali. Anzi, assumendo il controllo della mobilità attraverso i confini come elemento caratterizzante della cittadinanza europea, i migranti appaiono come i destinatari propri dell'organizzazione giuridica europea.
In questo senso la questione dell'allargamento ad est, con il conseguente proliferare di status giuridici differenziati, diviene campo essenziale di indagine, poiché rappresenta l'esempio migliore di come l'ingresso dei nuovi paesi all'interno della comunità europea, non porti semplicemente ad uno spostamento dei confini dell'Europa, ma piuttosto alla loro diffusione, esportazione ed articolazione.

Questo approccio permette di fare un salto di qualità importante pure dal punto di vista politico, superando anche la consueta e, per alcuni versi, riduttiva descrizione di “Fortezza Europa”, cioè quella di uno spazio invalicabile in cui interno ed esterno, cittadini e non cittadini, sono ben distinti.
L'importanza politica sta proprio nel cogliere il complesso legame che lega le frontiere interne all'Europa con quella esterne, i Cpt con Frontex, le legislazioni sul lavoro con le frontiere esternalizzate, la mobilità spaziale con la mobilità sociale.
“Non è più possibile, ad esempio,” scrive Enrica Rigo “parlare di diversi modelli di integrazione a livello statuale, senza tenere conto che esiste una linea di continuità tra i confini esterni dell'Europa e la gerarchizzazione dei suoi spazi interni. Non è più possibile considerare ciò che avviene ai margini dell'Europa, siano essi gli affondamenti in mare o le repressioni messe in atto dai governi terzi per limitare l'immigrazione “illegale” verso l'Europa, come “effetti collaterali” o “patologici” di un processo di integrazione virtuoso al suo interno”(pag. 187).

Ma i confini sono anche spazio di continuità, non sono solamente ciò che riparte ma anche ciò che può essere varcato. Così, a conclusione di Europa di confine, viene fuori anche il ruolo fondamentale e “sovversivo” dei protagonisti dell'esperienza migratoria, la consapevolezza, cioè, che le stesse strategie messe in atto dai migranti hanno un ruolo attivo nella trasformazione dei confini. Enrica Rigo descrive l'aspetto conflittuale della trasformazione della cittadinanza e dei confini d'Europa e il ruolo attivo che i migranti hanno nella ridefinizione di questo spazio giuridico: “i migranti non pongono, nichilisticamente, l'Europa di fronte allo spazio del nulla, si fanno largo attraverso il suo spazio: lo mostrano incompiuto e svelano fino a dove arriva. Non oppongono una resistenza passiva ai confini dell'Europa, li rinegoziano e li superano, mettendo in atto strategie di contestazione che unificano gli spazi, costringendo a cambiarne le regole del gioco”(pag. 217).

Europa di confine opera uno stravolgimento del consueto concetto di “confine”, dal quale non sarà possibile prescindere. Il confine non è solamente uno spazio fisico statico e dato una volte per tutte: è piuttosto un “campo di tensione” dinamico, in grado di estendersi e ritirarsi, di de-territorializzarsi e ri-territorializzarsi.
Il confine è il luogo in cui “normazione ed esecuzione” si vengono a sovrapporre nella sospensione del diritto.
Stravolgere in questo modo il concetto di “confine” vuol dire stravolgere anche il nostro sguardo sull' “Europa”, questa strana entità, tanto mutevole quanto decadente, un po’ cyber e un po’ medievale, incapace di trovare un fondamento alla propria sovranità se non nell'esclusione. Un’Europa alla ricerca spasmodica di una propria “identità”, incapace di trovarla se non attraverso un doppio gioco di “codificazione” e “confinamento” della “differenza”.







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