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ore 17.30 - Tavola rotonda
ore 20.00 - cena sociale
a seguire - Dj & Vj by BandaRadio


Ad un anno dallo sgombero e dalla rioccupazione dello Zetalab

Tre domande al movimento che viene



Barbara Evola – Precari della scuola in lotta
Paolo Cutolo – Fials Teatro Massimo
Barbara Grimaudo – Forum siciliano dei movimenti per l'acqua
Francesco Lo Cascio – Rete Lilliput, Isola delle femmine
Roberto Mastrosimone – Fiom Termini Imerese
Marco Siragusa – Coll. 20 luglio
Riccardo Zerbo – Rete dei collettivi studenteschi


Vi ricordate quel 19 gennaio?
Iniziato con una telefonata, un sms, una mail, un avviso su facebook o una notizia al Tg che dicevano tutti la stessa cosa: “Stanno sgomberando il Laboratorio Zeta”. E lo stavano facendo malamente: arrestando persone, pestandone altre, mettendo mattoni dove prima c'erano libri, buttando in mezzo alla strada quelli per cui quel centro sociale era anche una casa.

Vi ricordate anche come lo Zetalab l'abbiamo difeso e l'abbiamo ripreso immediatamente, con una resistenza che è durata per mesi e che non aveva nulla di difensivo, ma era immediata invasione dello spazio politico? Se oggi dopo un anno ne possiamo ancora parlare da dentro è grazie a tutti coloro che si sono messi in movimento per una lotta che riguardava la capacità di resistenza all'interno di un'intera città.

Avevamo parlato di Palermo Anno Zeta, per indicare una città arrivata alla propria fine ed al tempo stesso il punto da cui potere andare avanti. Ma ci sbagliavamo, il 2010 appena iniziato sarebbe stato molto di più. La risposta allo sgombero era soltanto il primo segnale che, dopo alcuni anni di smarrimento generale (cittadino e non solo), una nuova stagione si stava riaprendo.

Lo abbiamo visto diverse volte durante tutto l'anno (con le lotte dei metalmeccanici, con le resistenze territoriali, con le lotte per i beni comuni), ma ce ne siamo resi conto in modo lampante quando un nuovo movimento studentesco ha invaso, all'improvviso ed in modo assolutamente inedito, le piazze di tutta l'Italia ed anche di Palermo.

La strategia empatica di aggregazione e ribellione emersa negli ultimi mesi ci fa sospettare però, che ci sia ancora un difetto di narrazione, che i nostri discorsi non siano adeguati alle nostre lotte, che i nostri agiti siano più avanzati dei nostri racconti.

Ed è chiaro che, se il movimento che viene oltre che emozionante vorrà essere anche vincente, di narrazioni adeguate ne abbiamo proprio bisogno.

L'incontro del prossimo 19 gennaio, ad un anno da sgombero e rioccupazione dello zeta, vuole essere allora l'occasione non per ricordare il movimento di ieri, ma per guardare al movimento di domani, per affrontare insieme alcuni nodi fondamentali. Ciò che è in gioco non è l'unità delle lotte o la necessità di comporre una sintesi complessiva, ma porre delle questioni da affrontare in modo corale per costruire articolazioni complesse.


La prima questione che vogliamo porre è: in che modo sono connesse le varie lotte degli ultimi mesi?

Cosa lega le lotte degli studenti con quelle dei metalmeccanici? Quale accezione di bene comune può tenere insieme la lotta per la pubblicizzazione dell'acqua con quella dei lavoratori della conoscenza? Che idea diversa di territorio sta alla base del movimento dei precari della scuola e di quello contro l'installazione del Radar ad Isola delle femmine?


La seconda questione è: di quali novità sono portatori questi movimenti?

Quale concezione del lavoro, quale consapevolezza ecologica, quale rapporto col territorio emerge da queste lotte? E in questo senso sono maggiori le rotture o le continuità con le lotte passate? Questi movimenti hanno costruito un proprio immaginario e dei propri linguaggi o fanno ricorso costantemente ad un vocabolario ad essi antecedente?


La terza questione: è solo resistenza?

Questi movimenti esprimono soltanto una resistenza ad un'avanzata restauratrice senza precedenti o portano in sé un'idea di trasformazione della società di segno opposto rispetto a quella in atto? Qual è cioè il rapporto di questi movimenti con la politica? Come può questa resistenza riempire il vuoto prodotto dalla crisi della politica?

In altri termini avremmo potuto semplicemente chiedere: cosa vuol dire fare movimento al tempo della crisi? Domande banali dalla risposta niente affatto scontata.

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